La nostra storia

Una struttura nuova, con una storia alle spalle

Il Dipartimento di Studi storici e dei Beni culturali è nato nel Novembre del 2012, per effetto della nuova legge sull’Università che, abolendo le facoltà, ha istituito i dipartimenti come centri primari dello svolgimento sia della ricerca scientifica sia delle attività didattiche e formative.

Il nostro dipartimento è, dunque, una struttura nuova, ma che ha alle spalle una storia già lunga. Insieme al Dipartimento di Filologia e Critica delle letterature antiche e moderne, il nostro dipartimento prosegue difatti l'esperienza della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Siena.  In particolare, sul piano della ricerca scientifica, il Dipartimento di Studi storici e dei Beni culturali raccoglie il testimone di alcuni dei precedenti dipartimenti afferenti a quella Facoltà: il Dipartimento di Storia e il Dipartimento di Archeologia e storia delle arti. Alcuni dei docenti che oggi aderiscono alla nuova struttura, arricchendola delle loro competenze, provengono inoltre dal Dipartimento di Filosofia e scienze sociali; e da quelli di Letterature moderne e scienze dei linguaggi e di Teoria e documentazione delle tradizioni culturali che dipendevano dalla Facoltà di Lettere della sede di Arezzo.

Questa storia è un patrimonio che non può essere perso per strada e che costituisce di necessità la base del nostro presente.

 

Dalla Facoltà di Lettere ai nuovi Dipartimenti
palazzo San Galgano

La facoltà di Lettere e filosofia di Siena nacque in anni di grande cambiamento per l’università e per la società italiana. La sua istituzione risale all’estate del 1970, quando, durante il rettorato di Mauro Barni, tre professori di grande levatura  come Giuseppe Petronio, Emilio Gabba e Ferdinando Bologna costituirono il primo Comitato tecnico, incaricato dal Ministero di seguire la nascita e guidare la nuova facoltà senese, che si arricchì subito di docenti di grande spessore e di numerosi studenti.

Da allora in poi, lungo oltre quattro decenni, la facoltà di lettere è sempre stata una struttura profondamente radicata nel tessuto culturale e sociale della città, costituendo un punto di riferimento fondamentale non solo per la cultura senese e toscana, ma anche e soprattutto per quella italiana e internazionale. Nelle sue aule hanno insegnato e fatto ricerca protagonisti della vita cultuarle del nostro paese come Michelangelo Antonioni, Andrea Carandini, Enzo Carli, Alberto Maria Cirese, Alessandro Conti, Enrico Crispolti, Omar Calabrese Mauro Cristofani, Franco Fortini, Nicola Gallerano, Giorgio Giorgetti, Romano Luperini, Ferruccio Masini, Brian Mc Guinness, Antonio Prete, Mario Rossi, Gianni Scalia, Mario Specchio, Antonio Tabucchi, Mario Tronti e molti altri. Negli ultimi dieci anni ha affrontato, mantenendosi sempre ai primi posti nelle classifiche delle facoltà umansitiche più apprezzate in Italia, le profonde trasformazioni imposte dalle successive riforme degli ordinamenti didattici e dell’intera comunità accademica.

In questo contesto, per opera della recente legge 240 del 30 dicembre 2010, che riorganizza il sistema universitario modificandone gli assetti strutturali, la Facoltà di Lettere scompare come struttura organizzativa, cedendo il passo ai nuovi dipartimenti afferenti all’Area delle lettere, della storia, della filosofia e delle arti dell’ateneo senese.

I nuovi dipartimenti dell’area umanistica, che costituiranno per l’avvenire le strutture accademiche di riferimento tanto per la ricerca scientifica quanto per le attività didattiche e formative, procedono ancora fianco a fianco, condividendo la responsabilità e l’organizzazione di molti corsi di studio e proseguendo, sul piano della ricerca, quel profondo e fruttuoso dialogo tra discipline e metodologie diverse che ha caratterizzato fin dalla sua nascita la vita della facoltà.

I volti della nostra storia

La nostra storia ha dei volti: quella di tutti gli studenti, i professori e i ricercatori che nel corso degli anni si sono succeduti nelle aule e negli studi che oggi ospitano l'attività del nuovo dipartimento. Tra i tanti, ci piace ricordare alcune figure, che hanno segnato in modo profondo la nostra storia: sono uomini e donne, professori di riconosciuta fama internazionale, che nella Facoltà di Lettere di Siena hanno esercitato il loro lavoro di studiosi e di maestri, costruendo un'avventura di conoscienza e di formazione di cui oggi siamo chiamati raccogliere il testimone: i loro nomi sono ricordati nelle nostre aule, nella fototeca, in iniziative di studio...

Ricordandoci della loro lezione e dando valore a quello che esiste e che essi hanno contribuito a formare abbiamo la possibilità di sviluppare iniziative regionali, nazionali e internazionali che ci portino sempre più fuori dalla dimensione locale.

Giuliano Briganti - storico e critico d'arte

(Roma 1918 – 1992)

Giuliano Briganti si laureò a Roma con Pietro Toesca. Frequentò fin da giovane lo studio di Roberto Longhi di cui si considerò allievo e collaboratore, tanto da entrare nella redazione  di ‘Paragone’ fin dall’anno di fondazione della rivista. Nel corso degli anni settanta e fino al 1983 ha insegnato all’Università di Siena Storia dell’arte moderna e Contemporanea, per trasferirsi poi presso l’Università di Roma. I suoi interessi si concentrarono soprattutto sulla produzione artistica italiana dal Cinquecento al Settecento, con pubblicazioni fondamentali quali Il Manierismo e Pellegrino Tibaldi (Roma 1951), La Maniera italiana (Roma 1962), Pietro da Cortona o della pittura barocca (Firenze 1962), Gaspar van Wittel e l’origine della veduta settecentesca (Roma 1966), La pittura fantastica e visionaria (Milano 1978), I Bamboccianti (Roma 1983). In particolare, nel volume dedicato a Pietro da Cortona Briganti ha descritto i caratteri peculiari del barocco a Roma e ne ha definito la periodizzazione in modo profondamente innovativo, così che quel testo – come la Maniera italiana - resta tra i veri classici della nostra storiografia. Soprattutto nella sua attività matura dedicò numerosi interventi anche all’arte contemporanea. Intensa fu pure la sua attività di critico svolta prima sulle pagine dell’ ‘Espresso’, dal 1965 al 1977, e successivamente su quelle de ‘La Repubblica’ dove manifestò le sue doti inimitabili di scrittura agile, puntuale e insieme profonda ed elegante.

La Biblioteca e la Fototeca di Giuliano Briganti, sono oggi conservate e aperte alla consultazione  presso il complesso museale di Santa Maria della Scala

Giorgio Giorgetti, storico e politico

(Barga, 1928-Siena, 1976)

Giorgio Giorgetti compì i suoi studi universitari presso la Scuola normale superiore di Pisa, dove conseguì il diploma di licenza in storia e storia del diritto nel 1949 sotto la guida di Delio Cantimori, con una tesi sulla cultura giuridica e illuministica nella Toscana delle riforme leopoldine. Proseguì i suoi studi presso la Normale perfezionandosi in storia nel novembre 1951 con un lavoro su Stefano Bertolini, intellettuale e riformatore toscano che fu in stretti rapporti con Montesquieu. Iniziò a insegnare nei licei; poi, agli inizi degli anni Settanta, ebbe l'incarico di insegnare Storia economica nella facoltà di Giurisprudenza a Siena; dal 1975 ordinario per la stessa materia alla Facoltà di Magistero ad Arezzo, per motivi di salute, non poté esercitare la docenza.
Negli anni Cinquanta e Sessanta le sue ricerche, pur rimanendo nell'ambito del Settecento toscano, si focalizzarono sullo sviluppo economico e sui rapporti di produzione nelle campagne toscane. Tali studi portarono nel 1974 alla pubblicazione per Einaudi della principale opera di Giorgetti, "Contadini e proprietari nell'Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi", nella quale Giorgetti, attraverso la storia dei contratti agrari, ricostruì la storia delle relazioni economico-sociali fra contadini e proprietari nel corso dei secoli nelle loro varie forme (mezzadria, colonia, affittanza), analizzandone le conseguenze sullo sviluppo dell'economia agraria.

A Giorgio Giorgetti è dedicata un'aula al 1° piano della sede dei Servi

Giovanni Previtali - Storico dell'arte
Previtali

(Firenze 1934 - Roma 1988).

Giovanni Previtali studiò a Firenze, laureandosi nel 1957 con Roberto Longhi. Intraprese la sua carriera accademica a Messina (1967-72), e si trasferì poi per più di un decennio nell’Ateneo senese, che avrebbe lasciato solo nel 1983, per l’Università ‘FedericoII’ di Napoli. Gli interessi dello storico, vastissimi e diramati, si concentrarono assai presto su altri temi che resteranno per lui centrali come la bottega dell’artista in età tardo medioevale – si ricordi la monumentale monografia su Giotto e la sua bottega (Fabbri, Milano 1967) –, la scultura gotica italiana nelle sue diversificazioni stilistiche e regionali –affrontata nei saggi raccolti nel volume postumo Studi sulla scultura gotica in Italia ( Einaudi, Torino 1990) -, la pittura della prima età moderna nell’Italia meridionale, a cui dedicò la Pittura del Cinquecento a Napoli e nel vicereame (Einaudi, Torino 1978).

Fu soprattutto quando insegnava a Siena, nella ancor giovane facoltà di Lettere, che Previtali ebbe modo di manifestare le sue rare capacità di ricerca e insieme di organizzazione del lavoro in équipe, curando mostre memorabili come Jacopo della Quercia (1975), il Gotico a Siena (1982), e Simone e chompagni (1983), ed avendo la cura editoriale dei primi quattro volumi della Storia dell’arte italiana usciti da Einaudi dal 1979 al 1981. Nel 1975, assieme a Mauro Cristofani, fondò la rivista di storia dell’arte antica e moderna ‘Prospettiva’. Per il suo carattere appassionato e per la sua lucida concretezza, allergica alle mode culturali che si rincorrevano negli anni Settanta e anche dopo, Previtali riusciva a coinvolgere profondamente i suoi allievi, lasciando una traccia profonda e duratura sugli ambienti di ricerca e di studio che lo videro protagonista. A Siena fondò il Dipartimento che comprendeva– nel nome di Ranuccio Bianchi Bandinelli e di Roberto Longhi – l’archeologia e la storia dell’arte, come discipline sorte nel tempo sullo stesso terreno e che devono essere in qualche modo complementari.

A Giovanni Previtali è dedicata la Fototeca del nostro dipartimento.

Lino Micciché, storico e critico cinematografico

(Caltanissetta, 31 luglio 1934 – Roma, 1º luglio 2004)

Nominato poco più che ventenne responsabile dei Centri Universitari Cinematografici,  Lino Micciché alla fine degli anni cinquanta scrive per alcune riviste di cinema, gira alcuni cortometraggi a soggetto di impronta neorealista. Nel 1962 dirige con Lino Del Fra e Cecilia Mangini il documentario All'armi, siam fascisti, che racconta la genesi, il consolidamento e la caduta del regime di Mussolini.

Nel 1965 dà vita ad una delle più innovative rassegne cinematografiche italiane, la Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che dirige per lungo tempo, e per la quale organizza una serie di convegni che discutono per la prima volta in Italia delle principali ondate di nuovo cinema internazionale degli anni sessanta.

Nel 1973 inizia l'insegnamento di storia del cinema all'Università, prima a Trieste e  poi, dal 1975 al 1992 nella Facoltà di Lettere a Siena.

È stato presidente della Biennale di Venezia nel 1997 e del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma  dal 1998 al 2002.

Luciano Bellosi - storico dell'arte

(Scandicci, 1936 – Firenze, 2011)

Luciano Bellosi si era formato a Firenze con Roberto Longhi e ha dedicato larga parte del suo lavoro agli ultimi secoli del Medioevo e al Rinascimento. Aveva iniziato la propria carriera presso Soprintendenza fiorentina, dirigendo i Musei di San Marco e dell’Accademia, e passò in seguito – a partire dal 1976 – a insegnare Storia dell’arte medievale all’Università di Siena. In quegli anni  videro la luce alcuni dei suoi studi più innovativi e memorabili, che diedero da quel momento a Bellosi un grande spicco internazionale. In primo luogo il libro su Buffalmacco e il Trionfo della Morte - pubblicato da Einaudi nel 1974 e che gli valse il premio Viareggio - ormai un classico della storiografia italiana del dopoguerra. Assieme agli studi sulla rinascita della terracotta nel primo Quattrocento e al ruolo che ebbero in questa riscoperta Donatello e Brunelleschi, la maggiore attenzione di Bellosi fu tuttavia conquistata dal problema dibattutissimo di Giotto e della decorazione della basilica superiore di San Francesco ad Assisi, al quale ha dedicato uno dei libri più innovativi degli ultimi decenni: La pecora di Giotto, pubblicato ancora da Einaudi nel 1985.

Il profondo legame di Bellosi con l’Università d Siena lo ha spinto al lascito dei libri, delle fotografie e delle sue carte di lavoro alla ex Facoltà di Lettere e Filosofia.

Arturo Palma di Cesnola - archeologo preistorico

Ad Arturo  Palma di Cesnola, si deve la nascita e l’impostazione degli studi di Preistoria a Siena; docente presso l'Ateneo dal 1966, è stato tra i fondatori del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti. Il suo impianto metodologico ha connotato non solo i suoi studi ma anche la scuola che egli ha creato in pochi anni: l’analisi del rapporto Uomo-ambiente sono posti alla base della ricostruzione storica delle più antiche culture, con una impostazione interdisciplinare che è stata ed è un carattere fondante della ricerca preistorica senese.  Palma di Cesnola, laureato in Lettere e Filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze, si è formato alla scuola fiorentina, la quale ha risentito del dibattito, acceso sin dalla metà del '900, al quale parteciparono diversi ricercatori italiani con formazioni differenti (Paolo Graziosi, Carlo Maviglia, Piero Leonardi, Ferrante Rittatore von Willer, Francesco Zorzi, Ezio Tongiorgi, Livio Trevisan, Antonio M. Radmilli, Massimo Pallottino e Giacomo Devoto). In quel periodo, proficuo per la Preistoria italiana e ricco di iniziative, si radicava un'impostazione che risaliva al magistero fiorentino di Aldobrandino Mochi, rappresentante di quel clima culturale post-positivista degli anni ’920 auspicante l'integrazione interdisciplinare nello studio delle società antiche. E proprio il Mochi è sempre stato considerato da Palma di Cesnola un importante punto di riferimento metodologico. Attento all’esigenza di un confronto internazionale, negli anni ’960 fu tra i primi, insieme ai colleghi di Ferrara e Firenze, ad adottare in Italia la Tipologia analitica di Georges Laplace per lo studio dei complessi litici preistorici, facendo, in questo campo, del gruppo senese un solido punto di riferimento nazionale e internazionale. Il suo primario filone di ricerca riguarda le culture del Paleolitico, soprattutto italiano, alle quali ha dedicato articoli e monografienelle quali ha costruito uno schema crono-culturale che ancora oggi viene consiederato condivisibile. Alla sua attività sul campo  si devono le ricerche in alcuni siti paleolitici, con valenza non solo nazionale: Grotta Paglicci e Grotta del Cavallo in Puglia, le grotte di Marina di Camerota in Campania sono solo gli  esempi più eclatanti di evidenze che sono oggi presi come riferimento. La sua specializzazione nelle indistrie sulle industrie litiche ha contemplato anche analisi e sintesi su complessi olocenici, ad esempio sul Campignano

 
Mauro Cristofani: etruscologo

Mauro Cristofani (Roma 1941-Roma 1997)

Formatosi alla scuola di Massimo Pallottino fu dal 1967 funzionario presso le Soprintendenze di Calabria e Toscana; immediatamente dopo l’alluvione diresse il Laboratorio di Restauro della Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria di Firenze. Giovane professore ordinario di Etruscologia e Antichità italiche nel 1972 a Pisa, giunse a Siena nel 1975 dando origine a numerose iniziative che animarono la città tra cui la mostra Siena: le origini. Testimonianze e miti archeologici e il Convegno Internazionale Caratteri dell’Ellenismo nelle urne volterrane. Come Preside della Facoltà di Lettere contribuì a ridefinirne il ruolo attraverso una vocazione e un impegno alla valorizzazione del patrimonio culturale della terra nella quale è inserita. Dal 1988 fu all’Università di Napoli. Insieme a Giovanni Previtali fondò la rivista Prospettiva, destinata a divenire nel giro di pochi anni uno dei riferimenti più prestigiosi in campo internazionale per gli studi storico-artistici e archeologici.

Direttore del Centro di Studio per l’Archeologia Etrusco-Italica del CNR dal 1981, fu tra l’altro responsabile scientifico delle manifestazioni espositive del Progetto Etruschi (1985), Socio corrispondente dell'Istituto Archeologico Germanico (1980) e dell'Accademia dei Lincei (1997); ricevette numerosi premi di riconoscimento per la sua intensa attività di ricerca sfociata in oltre 380 pubblicazioni che hanno contribuito in maniera determinante a ridisegnare una nuova immagine della civiltà etrusca. Eccellente epigrafista, marcò il suo approccio metodologico con la consapevolezza di un continuo work in progress e di un costante rigore dell'indagine lessicale, evidenziando i problemi delle epigrafi piuttosto che la loro soluzione, al fine di una sicura fondazione della ricostruzione linguistica dell’etrusco.

Zelina Zafarana, storica

Zelina Zafarana arrivò a Siena nell'estate del 1977, a sostituire Sofia Boesch Gajano che aveva tenuto l'insegnamento di Storia Medievale da quando erano cominciati i corsi presso la neonata Facoltà di Lettere e Filosofia nel 1970.

Zelina Zafarana aveva, all'epoca, 38 anni (era nata nel 1939). Si era laureata a Roma, con Ovidio Capitani con il quale aveva cominciato a toccare i temi che avrebbero caratterizzato una parte notevole della sua produzione scientifica: quelli dello studio della riforma spirituale dell'XI secolo, che avrebbe approfondito a contatto con Giovanni Miccoli a Pisa, prima, e con Kurt Reindel e Horst Fuhrmann a Monaco, poi. I suoi interessi si sarebbero in seguito allargati verso la storia della predicazione e della cultura religiosa (con particolare attenzione a quella dei laici).

A Siena era arrivata da Lecce, Università nella quale insegnò, per un certo tempo, tenendo contemporaneamente anche un incarico a Trieste. Per un breve periodo, anzi, Zelina Zafarana tenne tre insegnamenti, aggiungendo ai primi due, quello senese, prima di dedicarsi esclusivamente a quest'ultimo. A Siena creò un rapporto strettissimo con gli studenti, istituendo, accanto a quelli ufficiali, seminari liberi aperti a chiunque volesse parlare dei temi che le erano più vicini: storici, ma, non meno, per lei cattolica, sociali e ideali.

Morì, ad appena 44 anni, a fine inverno del 1983.

Maurizio Grande, critico e autore

Maurizio Grande (1944-1996) ha insegnato “Storia e critica del cinema” all’Università di Siena dal 1992 al 1996. Studioso di cinema e di teatro tra i più originali e innovativi degli ultimi decenni, critico, teorico, ma anche autore teatrale, Grande si è occupato di temi e questioni riguardanti la semiotica e l’estetica, fornendo negli anni contributi decisivi su autori quali C. Bene, S.M. Ejzenštejn, G. Deleuze, M. Ferreri, B. Wilder, sulla commedia cinematografica, sul teatro di sperimentazione. Ha insegnato inoltre presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, l’Università della Calabria (dove ha promosso l’istituzione del DAMS), l’Université Sorbonne Nouvelle di Parigi. Tra i suoi lavori vanno ricordati: Billy Wilder (Milano 1978, Roma 2006), La riscossa di Lucifero. Ideologie e prassi del teatro di sperimentazione in Italia (Roma 1985), Abiti nuziali e biglietti di banca. La società della commedia nel cinema italiano (Roma 1986), Il cinema di Saturno. Commedia e malinconia (Roma 1992), Eros e politica (Siena 1995). Sono apparsi postumi, tra l’altro, Il cinema in profondità di campo (Roma 2003, a cura di R. De Gateano), che raccoglie alcuni dei più importanti scritti teorici sul cinema per lo più risalenti all’ultima fase della sua produzione, La commedia all’italiana (Roma 2003, a cura di O. Caldiron), che riunisce in un solo testo i suoi principali studi sulla commedia cinematografica italiana, Scena evento scrittura (Roma 2005, a cura di F. Deriu), ampia selezione di saggi di teoria del teatro. Dal 2002 è in corso presso l’editore Bulzoni la ripubblicazione delle sue opere. Alla sua memoria è dedicato un importante Premio Internazionale, con sede a Reggio Calabria, per studi di critica e di teoria del cinema.

Riccardo Francovich - archeologo e storico
R Francovich

(Firenze, 10 giugno 1946 – Fiesole, 30 marzo 2007)

Figlio di Carlo Francovich, protagonista della Resistenza e fra i fondatori del Partito d'Azione, Riccardo Francovich, si era laureato presso la facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Firenze nel 1971, con una tesi in Storia medievale. Tra i padri dell’Archeologia medievale italiana ha insegnato questa disciplina presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Siena fin dalla sua fondazione.  Dal 1974 era direttore responsabile della rivista Archeologia Medievale, di cui era stato uno dei fondatori. Francovich è stato presidente della Società degli Archeologi Medievisti Italiani, (SAMI). Dal 1986 al 1989 ha diretto il Dipartimento di archeologia e storia delle arti della nostra Università. Autore di oltre 150 titoli, Riccardo Francovich ha condotto importanti scavi in Toscana e in altre regioni italiane. Dal ministro per i Beni Culturali era stato nominato presidente del Comitato Tecnico-Scientifico per i Beni Archeologici, uno dei sette comitati del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici del ministero.

A lui è stata dedicata la Scuola di Dottorato di Ricerca in Storia e Archeologia del Medioevo, Istituzioni e Archivi e la Sala Polivalente presso il Cassero della Fortezza di Poggibonsi, sede del Parco Archeologico e Tecnologico di Poggio Imperiale".

Lia Lapini. Critico teatrale

Lia Lapini (1949-1999) ha insegnato storia dello spettacolo a Siena dal 1988 alla sua morte prematura, raccogliendo l’eredità didattica di Franca Angelini e collaborando con Maria Rosa Ceselin. Aveva studiato a Firenze con Lanfranco Caretti e Ludovico Zorzi, partecipando con entusiasmo alla vivace vita teatrale degli anni ’70. Critico teatrale, da sempre impegnata nel sostegno alle giovani realtà sceniche italiane, fondatrice di riviste, grande animatrice del dibattito culturale sul teatro moderno e contemporaneo, è stata autrice di diversi saggi prevalentemente dedicati al teatro delle avanguardie storiche, soprattutto al Futurismo, all’esperienza pirandelliana nel contesto del rinnovamento italiano di primo ‘900, alle problematiche della messinscena e alle teorie della regia (fra gli altri: Il teatro futurista italiano, Milano, Mursia, 1977; Il teatro di Massimo Bontempelli, Vallecchi, 1977; Futurteatro. Saggi sul teatro futurista, Corazzano, Titivillus, 2009).

Fabio Bisogni, Storico dell’arte

(Siena,1935- Todi, 2006)

Fabio Bisogni si era laureato nel 1961 presso l’Università di Firenze in musicologia, con il professor Remo Giazotto discutendo una tesi sulle sonate di Schubert. Durante i suoi studi aveva frequentato i corsi di storia dell’arte di Roberto Longhi. Negli anni Cinquanta aveva avuto modo di conoscere a Siena Bernard Berenson iniziando così la ricerca nel campo delle discipline storico-artistiche.  Fabio Bisogni è stato docente di Iconografia e Iconologia  presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Siena dal 1975. La conoscenza e la collaborazione con  George Kaftal, a partire dal 1965,  ha prodotto la preparazione di due dei quattro volumi del repertorio sull'iconografia dei santi nella pittura dell'Italia del nord fino alla fine del Quattrocento, Iconography of the Saints in the Painting of North-East Italy  (1978) e Iconography of the Saints in the Painting of North-West Italy (1985). Durante la preparazione di quest'opera monumentale ha pubblicato contributi sulla pittura ferrarese del Quattrocento e sulla ricostruzione del pittore marchigiano Giacomo di Nicola da Recanati in connessione con la presenza della pittura veneta nelle Marche. In questo contesto si pone anche la scoperta dell'unico dipinto su tavola, firmato, del miniatore veneziano Cristoforo Cortese, così come la ricostruzione del polittico di Sant'Apollonia di Antonio Vivarini  e lo studio su due cicli di affreschi trecenteschi veronesi. Altri contributi riguardano la pittura  riminese del Trecento pubblicati nel decennio 1975-1985. Si ricordano pure lo studio sulla ricostruzione dei rapporti fra Liberale da Verona e Girolamo da Cremona, quello sul ciclo di affreschi della Torre di Ansperto presso il complesso di S. Maurizio a Milano e lo studio che ha condotto alla scoperta dell’unico pezzo superstite della pala di Pesaro del Guercino. Dalla minuziosa e accurata ricerca del materiale figurativo prodotto nell’Italia del Nord sono nati i contributi sull'iconografia di santa Chiara, di san Bernardino e dei Predicatori dell'Osservanza. Determinante per lo sviluppo dell’analisi iconografica come strumento di indagine transdisciplinare è stato lo studio del ciclo di affreschi, eseguiti da Pietro da Rimini, nel Cappellone di San Nicola a Tolentino, studio che ha suggerito una datazione del ciclo al 1310 circa. Il campo di indagine degli studi di Fabio Bisogni ha riguardato anche artisti senesi come Jacopo della Quercia, Francesco di Giorgio, Domenico Beccafumi, Raffaello Vanni, Deifebo Burbarini, Bernardino Capitelli, Bartrolomeo di David. Si ricordano inoltre i fondamentali studi che hanno portato alla riscoperta della notevolissima personalità di Bernardino Mei e alla riabilitazione di tutta la pittura barocca senese fino ad allora presa in scarsa considerazione. Fabio Bisogni è stato fautore fin dal 1972 dell’applicazione dell’informatica ai beni culturali, producendo su questo argomento una notevole serie di contributi e dirigendo anche la collana “Informatica e Beni Culturali” pubblicata dalla Regione Toscana. Nel 2001 fonda la rivista internazionale Iconographica, sulla quale sono pubblicati nelle più diffuse lingue europeee contributi di storia dell'arte medievale, moderna e contemporanea. Il suo impegno negli studi e la sua serietà professionale lo hanno visto Research Associate a Villa I Tatti - The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies di Firenze, consigliere del Consiglio di Amministrazione del Museo Poldi Pezzoli di Milano e per un decennio membro dell’Advisory Commettee dell’Art History Information Program (A.H.I.P.) del J. P. Getty Trust di Los Angeles.

Marco Dinoi

Marco Dinoi (1972-2008) ha insegnato “Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico” e “Metodologia della critica cinematografica” all’Università di Siena a partire dall’anno accademico 2001-2002.

La sua attività di docente e la sua riflessione teoretica, che ha attraversato in profondità le grandi opere di Deleuze, Ricoeur e Foucault, sono state un polo di attrazione per coloro che erano interessati al discorso sul cinema e sull’immaginario contemporaneo. In particolare, durante i suoi corsi, sempre molto frequentati, ha sviluppato una riflessione sui rapporti tra immagine, testimonianza e memoria a partire dall’evento dell’11 settembre 2001. È stato relatore di numerose tesi di laurea, conservate presso la Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Curatore di una serie di saggi dedicati a Maurizio Grande (La statua e il giocattolo, Siena 1998), ha scritto diversi articoli su riviste scientifiche e opere collettive. Nel 2000 ha pubblicato il manuale di cinema Girare in digitale (Roma). La sua opera teorica più importante, che restituisce le ricerche svolte negli anni di insegnamento è Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (Firenze 2008).

Nel 2008, per volontà congiunta della famiglia, dei colleghi e degli allievi, è stata fondata l’Associazione Culturale “Level Five” – Centro Studi “Marco Dinoi”, ed è stato istituito l’omonimo Fondo presso la Biblioteca della Facoltà di Lettere e Filosofia. Nel 2011 è uscito il libro Sguardi incrociati. Cinema, testimonianza, memoria nel lavoro teorico di Marco Dinoi, che raccoglie le riflessioni di allievi e colleghi.